Sisifo a Berlino
Fu lo stesso Wolfgang Schäuble, molti anni fa, a paragonarsi scherzosamente a Sisifo. E cioè – secondo la versione omerica del mito greco – al più saggio e al più prudente dei mortali, colui che però d’un tratto venne relegato negli inferi e costretto a spingere un enorme masso in cima a un pendio, salvo poi vederlo precipitare a valle ogni volta che riusciva a raggiungere la vetta. E così infinite volte. Quando l’attuale ministro delle Finanze tedesco, che ha compiuto 71 anni mercoledì scorso, evocò all’inizio degli anni 90 il personaggio mitologico, aveva appena intrapreso una delle tante e faticose salite – coronate da rovinose e inattese cadute – che poi hanno caratterizzato la sua carriera.
17 AGO 20

Fu lo stesso Wolfgang Schäuble, molti anni fa, a paragonarsi scherzosamente a Sisifo. E cioè – secondo la versione omerica del mito greco – al più saggio e al più prudente dei mortali, colui che però d’un tratto venne relegato negli inferi e costretto a spingere un enorme masso in cima a un pendio, salvo poi vederlo precipitare a valle ogni volta che riusciva a raggiungere la vetta. E così infinite volte. Quando l’attuale ministro delle Finanze tedesco, che ha compiuto 71 anni mercoledì scorso, evocò all’inizio degli anni 90 il personaggio mitologico, aveva appena intrapreso una delle tante e faticose salite – coronate da rovinose e inattese cadute – che poi hanno caratterizzato la sua carriera. Una carriera che comunque, dopo le elezioni federali di domani in Germania, si potrebbe arricchire di un ulteriore capitolo: la riconferma alla guida della prima economia del continente in caso di vittoria netta dei cristiano-democratici di Angela Merkel.
Schäuble negli anni 90 si sentiva come Sisifo, quindi, in faticosa ascesa dopo essere caduto, e a ragione. Il 12 ottobre 1990, infatti, era stato vittima del “primo attentato violento a un leader politico nella storia della Germania riunificata”, come scrisse il New York Times. Durante un comizio elettorale nel paesino di Oppenau, nella regione del Baden-Württemberg a sud-ovest del paese, fu raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco sparati da distanza ravvicinata. L’attentatore 37enne non era un estremista politico, si scoprì quasi subito, ma uno squilibrato. Non per questo l’attacco fu meno letale: Schäuble, colpito alla colonna vertebrale, rimase paralizzato nella parte inferiore del corpo e da allora è costretto su una sedia a rotelle. Ecco dunque il masso di Sisifo che rotola a valle senza alcuna spiegazione logica. Poi però Sisifo riprende a salire. “In quel momento la moglie, Ingeborg, gli disse: ‘Ora dovrai riposarti e smettere di fare politica’ – ricorda al Foglio il biografo di Schäuble, Hans Peter Schütz – Lui rispose: ‘Preferirei morire piuttosto che smettere’. Ne nacque un conflitto con una delle persone cui lui è maggiormente legato assieme ai quattro figli”. Il padre dell’unificazione tedesca, Helmut Kohl, arrivò per primo al suo capezzale, in lacrime ma sicuro di una cosa: “Ce la farai”.
D’altronde il politico in questione, allora 48enne, non era uno fra i tanti svezzati nella Junge Union, l’ala giovanile della Cdu; era stato eletto parlamentare nel 1972 (e da allora è ininterrottamente vincitore nel seggio elettorale in cui è nato, Offenburg), nel 1981 era diventato il leader del gruppo parlamentare Cdu/Csu, nel 1984 ministro per gli Affari speciali e capo della Cancelleria di Kohl. Soprattutto, nove giorni prima dell’attentato, aveva celebrato la cerimonia di unificazione tra la Germania occidentale e quella orientale anche come un successo personale. Fu lui infatti, allora diventato potente ministro degli Interni e che nel 1987 aveva già organizzato la prima visita di stato ufficiale del presidente della Repubblica democratica tedesca Erich Honecker al di qua della Cortina di ferro, a negoziare sin dal 1989 con l’omologo socialista Günther Krause gli aspetti legali della riunificazione. Una trattativa i cui risultati lo inorgogliscono ancora oggi, perfino nei suoi aspetti tecnico-giuridici: “Vorrei far notare che la Corte costituzionale tedesca non ha corretto una singola virgola di quel complicato trattato. Dico ciò con un certo orgoglio”, ha detto di recente, lui che in Diritto è laureato e dottorato. La moglie dunque capì che non sarebbe riuscita a convincerlo a cambiare vita, e lui – pur “azzoppato”, come si è definito senza eufemismi – sei settimane dopo riprese a macinare politica nel partito e non solo. Al punto che di Schäuble si iniziò a parlare come del delfino di Kohl, il leader storico che effettivamente nel 1997 – quando le richieste di “ricambio generazionale” si erano cominciate a far sentire più forti – annunciò che proprio lui gli sarebbe succeduto. Non a partire dal voto federale in arrivo, però, quello del 1998, ma da quello successivo.
Sisifo-Schäuble è ritornato in cima, dunque, ma ecco che l’enorme masso rotola nuovamente giù di sotto. Prima della campagna elettorale prevista per il 2002, infatti, accadde un po’ di tutto. Nel 1998, in Germania, i socialdemocratici conquistarono inaspettatamente il potere grazie a una straordinaria performance del loro candidato “moderato”, Gerhard Schröder, che poi avrebbe avviato il programma di riforme strutturali riconosciuto come base dell’attuale successo economico di Berlino. L’anno dopo andò ancora peggio, visto che “Schwarzgeldaffäre”, cioè “l’affare dei fondi neri”, divenne “la parola dell’anno”. Nel 1999, infatti, si era scoperto che nel Partito cristiano-democratico, fino ai suoi massimi vertici, si era fatto ricorso sistematico a finanziamenti illeciti. Il 30 novembre di quell’anno, l’ex cancelliere Kohl si assunse la responsabilità di una “doppia contabilità relativamente a uno dei conti del Tesoro federale”. Schäuble a quel punto divenne il presidente del partito, ma per pochi mesi. Presto infatti fu coinvolto anche lui, accusato di aver ricevuto 100 mila marchi (circa 50 mila euro) da un losco lobbista di armamenti, Karlheinz Schreiber. Schäuble prima negò i ripetuti incontri con Schreiber, poi ammise la donazione – che girò al partito, disse, e la magistratura infatti non è mai riuscita a provare un arricchimento personale – e quindi si dimise a febbraio. Al punto che il settimanale inglese Economist scrisse: “Potrà sopravvivere e ricominciare a risalire la china ancora una volta? Solo un paio di mesi fa, dopo una serie ininterrotta di successi alle elezioni statali e locali, i sondaggisti stimavano per il partito di Schäuble un vantaggio di 10-15 punti sul socialdemocratico Schröder, e lo stesso Schäuble, a 57 anni, pareva destinato a diventare facilmente il prossimo cancelliere. Ora, dopo essere stato investito dal più grande scandalo politico tedesco degli ultimi 50 anni, i cristiano-democratici sono indietro di 13 punti. Alcuni si chiedono addirittura se il partito che ha governato il paese per 36 dei 55 anni successivi alla Seconda guerra mondiale, e non solo Schäuble, possano sopravvivere”.
Tuttavia, come scrisse Albert Camus nel suo “Il mito di Sisifo”, è proprio quando l’eroe “ridiscende al piano”, dopo aver visto la pietra precipitare, che la figura in questione si fa interessante. “Quest’ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest’ora è quella della coscienza – scriveva nel 1942 l’intellettuale francese non ancora trentenne – In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dèi, egli è superiore al proprio destino. E’ più forte del suo macigno”. Anche il Sisifo-Schäuble lo fu e quindi, dopo essere stato coinvolto nella versione tedesca di Tangentopoli, riprese a salire. Anche perché la Germania evidentemente non è quella che viene smerciata di questi tempi in alcuni servizi giornalistici caricaturali e semplicistici dei nostri talk show, non fonda la sua potenza economica e geopolitica sulla “decadenza” di quanti hanno avuto a che fare con la giustizia. In quel momento infatti la carriera di Schäuble s’incrociò per la prima volta con quella della “ragazza”, come era chiamata allora Angela Merkel. Il 22 dicembre 1999, l’attuale cancelliera, allora 45enne, intervenne sulla Faz con un articolo che fu uno spartiacque nella storia della Cdu: esortava il partito a “togliersi dal mirino del fuoco nemico”, lo stesso partito che avrebbe dovuto “imparare a camminare con le proprie gambe”, a fare “come quando da adolescenti bisogna uscire dalla casa del padre”. “Ciò vuol dire che la Cdu con Kohl è rimasta ferma a un’infanzia che ora è urgente far finire”, è la parafrasi che di quella svolta offre Gertrud Höler, saggista, già collaboratrice di Kohl e autrice di un libro urticante sulla cancelliera uscente (“Sistema Merkel”, tradotto in italiano da Castelvecchi nel 2012). Merkel uccide il padre, sintetizza Höler, e con lui i suoi figli che mai avrebbero compiuto “il gesto liberatorio”. Tra questi figli c’era Schäuble, “l’unico però a non condividere apparentemente il destino degli altri maschi-alfa messi da parte”. Esautorato dalla leadership del partito ma non cancellato dalla vita pubblica, soprattutto in ragione “della sua competenza e del suo peso fortissimo nel partito”, ricorda il biografo Schütz. I più maliziosi dicono che restò in campo anche grazie alla sua dimestichezza con segreti e archivi del ministero degli Interni. Il suo biografo invece sostiene che, oltre alla preparazione personale, contò il fatto che Merkel sapeva di poter fare affidamento da quel momento in poi sulla sua “fedeltà assoluta”. Infatti “la sua unica possibilità di restare in politica, cosa che gli stava a cuore più di tutto il resto, era proprio la giovane Merkel”. Schäuble a lei ha perdonato molto, non solo di averlo scavalcato nella successione a Kohl: pure il fatto di essere stata tra quanti, nel partito, si opposero alla sua candidatura a sindaco di Berlino nel 2001 e poi alla nomina a presidente della Repubblica. “Ancora oggi i due non sono amici, nonostante Schäuble sia stato ministro degli Interni del governo Merkel dal 2005 al 2009 e ministro delle Finanze dal 2009 a oggi. La sua fedeltà non è in dubbio, non farà mai politica contro Angela anche perché sa che non potrà più essere il ‘frontrunner’ dei conservatori. E se domenica la Cdu vincerà le elezioni, sarà di nuovo ministro delle Finanze”. Manfred Kolbe, eletto per 23 anni nella Cdu e oggi deputato uscente, conferma al Foglio: “Schäuble è in Parlamento da oltre 40 anni. E’ il tipo di politico che non può lasciare la politica, la sua personalità coincide con la personalità politica. Ed è anche l’unico membro del governo uscente che può star sicuro – se il risultato elettorale darà un margine sufficiente a Merkel – della sua conferma in un futuro esecutivo”.
Anche negli ultimi cinque anni, quelli terribili della crisi dell’euro, le differenze di vedute tra Schäuble e Merkel sono emerse di tanto in tanto, a partire dall’idea di Europa, come notava lo Spiegel a maggio, visto che la cancelliera “ha dato l’impressione di credere che ora ci sia troppa Europa”: “Che sia sul ritmo dell’integrazione, o sulla necessità di cambiare i trattati comunitari, oppure sull’elezione diretta del presidente della Commissione, non c’è tema di fondo su cui cancelliera e ministro delle Finanze la pensino allo stesso modo”. Schäuble, nato Friburgo in Brisgovia al confine con la Francia, è cresciuto con l’aspirazione scolpita fin dal 1949 nella Grundgesetz, quella di vedere “l’intero popolo tedesco animato dalla volontà di salvaguardare la propria unità nazionale e statale e di servire la pace del mondo quale membro, equiparato nei diritti, di un’Europa unita”. Merkel, nata nella Germania dell’est autoritaria, è cresciuta innanzitutto anelando alla riunificazione dello stato nazionale liberaldemocratico, visione non meno degna dell’unità europea, ma sicuramente più angusta. Così, non a caso, è stato il ministro delle Finanze, in una delle sue ultime interviste rilasciate prima del voto, quella alla Zeit di mercoledì scorso, ad attaccare frontalmente il partito euroscettico Alternative für Deutschland che potrebbe superare lo sbarramento del 4 per cento e portare a un rimescolamento della maggioranza di governo. L’idea che i tedeschi stiano meglio senza l’euro è “fondamentalmente sbagliata” e “altamente pericolosa”, ha commentato. Celebrato dal Financial Times come “miglior ministro delle Finanze del 2012”, Schäuble l’anno scorso ha anche vinto il premio internazionale Carlo Magno per l’europeismo. In quell’occasione, pur lamentando l’eccessiva “lentezza” dei progressi compiuti rispetto alla meta da raggiungere, è stato netto sull’obiettivo finale: “Ora dobbiamo creare una Unione politica in Europa, accrescere la legittimazione democratica dell’Europa, aumentare l’efficienza dell’Europa e riformare le istituzioni comunitarie”. Non è un federalista visionario come i padri fondatori à la Altiero Spinelli, diffida da un “superstato” anche perché – dice – non sarebbe una soluzione sufficientemente “nuova e originale” per gestire tanti dossier che oggi sfuggono ai più piccoli stati nazionali. Quel che è certo è che “l’approccio intergovernativo, in altre parole il fatto che i paesi raggiungono un accordo l’uno con l’altro – possibile solo tra governi e con il consenso dei Parlamenti nazionali – non sarà sufficiente nel lungo termine”. Eppure l’approccio intergovernativo è proprio quello che Merkel, forse più disillusa, intenderebbe rilanciare dopo il voto. Lui predilige il “gradualismo”, l’evoluzione rispetto alla “rivoluzione”, cita Karl Popper contro i fautori di una spregiudicata ingegneria istituzionale ed Edmund Burke contro ogni tentazione giacobina. Negli anni, però, non ha mancato di formulare proposte originali, ancora una volta non sempre apprezzate da tutto il suo esecutivo: dalla necessità di attribuire al Parlamento europeo un pieno diritto d’iniziativa legislativa all’elezione diretta di un presidente europeo. Il suo afflato europeista non ha scalfito la convinzione che i paesi in crisi debbano procedere con rigore fiscale e riforme strutturali in quantità. Ricetta che funziona eccome, ha ribadito Schäuble questa settimana in un suo intervento-manifesto sul Financial Times. Ha risposto ai critici di tale approccio, siano essi nell’accademia, nei media o nelle organizzazioni internazionali, con un semplice ma efficace sillogismo. Premessa maggiore: la Germania, negli anni 2000, è uscita da una crisi economica e sociale profonda grazie a rigore fiscale e riforme. Premessa minore: l’Europa, oggi in crisi economica e sociale profonda, sta percorrendo la stessa strada lastricata di rigore fiscale e riforme. Conclusione: anche l’Europa uscirà dalla sua crisi. Le critiche, in tutti questi ultimi anni, non sono mancate. Ci sono quelle più urlate, esemplificate dall’epiteto di “fascista” riservatogli dal partito di opposizione greco Syriza o dal titolo di prima pagina con cui il giornale ellenico Avgi quest’anno salutò l’arrivo del ministro ad Atene: “Ave, Schäuble, morituri te salutant!”. Poi ci sono quelle più ragionate da parte di economisti i quali, pur senza essere neo keynesiani incalliti, imputano al ministro una semplificazione che falsa in partenza il suo sillogismo rigorista: certo, rigore fiscale e riforme sono meglio di spesa folle e immobilismo, ma il parallelo con la parabola tedesca non regge. La Germania all’inizio degli anni 2000 intraprese politiche virtuose mentre il resto dell’economia globale “tirava” e ottenendo tra l’altro di poter sforare dai vincoli di Maastricht sul deficit pubblico al 3 per cento del pil (lo stesso vincolo con cui in queste ore si sta cimentando il governo italiano). Oggi agli altri paesi europei si chiede di intraprendere la stessa strada ma rispettando nuovi e più ferrei limiti di bilancio, e nel pieno di una turbolenza globale che per alcuni stati ha reso proibitivi anche i costi da sostenere per vendere titoli del debito. Schäuble non ha rivisto le sue convinzioni, anche se un certo mutamento di toni l’ha osservato pure chi gli è più vicino. Nel giugno 2010, per esempio, disse: “Alla domanda su ‘cosa ha causato le recenti turbolenze nell’Eurozona?’, c’è una semplice risposta: deficit di bilancio eccessivi in molti paesi europei”. Da allora, gradualmente e in linea con le analisi economiche più accreditate, l’enfasi si è concentrata anche sui limiti dell’architettura istituzionale dell’area euro che avrebbe incentivato squilibri di competitività (oltre che di bilancio) alla vigilia della crisi, e non soltanto sulla presunta irresponsabilità fiscale dei singoli stati. In Germania, intanto, lo stesso ministro è spesso criticato per ragioni opposte a quelle che lo rendono inviso fuori dai confini nazionali, cioè per un presunto eccesso di lassismo verso i paesi meridionali. Osserva il parlamentare Kolbe: “La linea ufficiale della Cdu è che stiamo aggiustando l’Europa e siamo su un buon cammino. Ma molti, anche nel partito, hanno dubbi sull’esito della cura. Stiamo davvero andando avanti? Rimane il fatto che un’alternativa alle riforme non esiste. I nostri elettori sono molto preoccupati dalla sostenibilità del debito degli altri paesi, Italia inclusa. E’ stato calcolato che se tutti i paesi che stiamo aiutando fallissero, la Germania perderebbe 800 miliardi, una cifra al di fuori delle nostre possibilità”.
D’altronde in questi anni il potere e l’autorevolezza di Schäuble – che pure economista non è – hanno fatto pesare la sua “opinione” più di molte altre. Un dirigente del Fondo monetario internazionale sentito dal Foglio, e che chiede di restare anonimo, ricorda almeno due “passaggi chiave” in cui il ministro ha di fatto dettato la linea a tutto il continente. Nel 2011, per esempio, fece tremare i mercati diventando il primo esponente dell’establishment tedesco e brussellese ad ammettere la possibilità di una ristrutturazione del debito pubblico greco detenuto dai privati. Il presidente francese Nicolas Sarkozy e Merkel ne avevano parlato da un punto di vista teorico al vertice di Deauville dell’ottobre 2010, ma senza mai fare riferimento alla Grecia e rimandando tutto all’entrata in funzione del Fondo salva stati Esm. E il francese Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, aveva sempre escluso la possibilità, costringendo pure il Fmi a tenere nel cassetto i suoi piani di “default ordinato”, sostenendo che una scelta in tal senso avrebbe fatto saltare i conti di altri paesi, Italia inclusa. Nell’aprile 2011, però, Schauble disse: “Se la prossima revisione del programma greco arriverà alla conclusione che esistono dubbi sulla sostenibilità del debito del paese, qualcosa dovrà essere fatto…”. Fu come un via libera: a luglio i detentori privati di bond infatti furono costretti dalla Troika a subire perdite, rendendo più sostenibile il debito greco. Nel marzo 2013, Schäuble, ancora una volta d’accordo con il Fmi, chiese una soluzione drastica in cambio degli aiuti internazionali per Cipro: i costi della ristrutturazione di un settore bancario ipertrofico avrebbero dovuto essere sostenuti da obbligazionisti e azionisti degli istituti di credito, ma anche dai correntisti più ricchi. Lo richiedeva la struttura anomala delle banche dell’isola. Commissione e Bce erano fortemente contrarie, e così il governo cipriota propose al Parlamento di introdurre un’imposta straordinaria su tutti i correntisti, inclusi quelli con meno di 100 mila euro. Il Parlamento bocciò l’idea e così si tornò alla proposta originaria, quella di Schäuble. “Fu considerato un duro anche in quell’occasione, ma d’altronde in questa crisi le scelte spiacevoli sono spesso le migliori, comunque obbligate”, dice chi lo ha affiancato in quella fase.
L’austerity fiscale alla quale l’immagine del ministro tedesco è inscindibilmente legata nel discorso pubblico, però, non si giustifica soltanto in termini di efficienza economica. La sua idea d’Europa, e anche la sua lettura della crisi, sono ancorate a due convinzioni profonde tra loro strettamente connesse: il necessario primato delle regole e l’esistenza per le nostre società di un fardello di responsabilità. In un articolo apparso a giugno sulla Faz, Schäuble ha dimostrato ancora una volta di aver reinterpretato, alla luce della personale formazione giuridica, alcuni princìpi della scuola di pensiero economico ordoliberale tanto cara ai cristiano-democratici. “La politica basata su questa visione della natura umana, per cui non si guarda soltanto a quello che una persona è ma anche a quello che una persona può essere, cerca di indirizzare le forze del cambiamento sociale in maniera tale da consentire alle persone di mantenere e riscoprire continuamente la loro umanità, senza perdersi quando si trovano in circorstanze che esulano dal loro controllo. In pratica, questo tipo di politica segue un insieme di principi e idee che possono essere riassunti brevemente: l’attività umana non genera benefici per tutti. Le persone hanno bisogno di regole, di una cornice generale, per le loro attività”.
L’austerity fiscale alla quale l’immagine del ministro tedesco è inscindibilmente legata nel discorso pubblico, però, non si giustifica soltanto in termini di efficienza economica. La sua idea d’Europa, e anche la sua lettura della crisi, sono ancorate a due convinzioni profonde tra loro strettamente connesse: il necessario primato delle regole e l’esistenza per le nostre società di un fardello di responsabilità. In un articolo apparso a giugno sulla Faz, Schäuble ha dimostrato ancora una volta di aver reinterpretato, alla luce della personale formazione giuridica, alcuni princìpi della scuola di pensiero economico ordoliberale tanto cara ai cristiano-democratici. “La politica basata su questa visione della natura umana, per cui non si guarda soltanto a quello che una persona è ma anche a quello che una persona può essere, cerca di indirizzare le forze del cambiamento sociale in maniera tale da consentire alle persone di mantenere e riscoprire continuamente la loro umanità, senza perdersi quando si trovano in circorstanze che esulano dal loro controllo. In pratica, questo tipo di politica segue un insieme di principi e idee che possono essere riassunti brevemente: l’attività umana non genera benefici per tutti. Le persone hanno bisogno di regole, di una cornice generale, per le loro attività”.
Altrimenti atteggiamenti non responsabili sono sempre dietro l’angolo. Ci sono “le responsabilità che derivano dalla nostra storia”, riferimento immancabile al passato nazista della Germania, e poi “la nostra responsabilità per il mondo in cui viviamo – e nel quale le future generazioni vivranno – che ha implicazioni pratiche per la politica fiscale”. Le risorse fiscali sono da utilizzare con la giusta parsimonia oggi – la Germania ha voluto che fosse scritto chiaramente nel Fiscal compact che imbriglia deficit e debiti pubblici per i paesi dell’euro – così da garantirne l’utilizzo ai nostri figli e nipoti domani. Si può essere responsabili ed economicamente vitali, ha ripetuto Schäuble questa settimana sul Financial Times, soltanto se i politici europei dimostreranno “pazienza e un’attitudine tale da ignorare le sirene dei rimedi facili”. La stessa pazienza del Sisifo tedesco, è sottinteso. Sperando che almeno questa volta il finale, per la moneta unica, sia meno infelice di quello frustrante riservato all’eroe del racconto mitologico.